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L’algoritmo come datore di lavoro

L’algoritmo come datore di lavoro

Ci siamo ormai abituati all’idea che un algoritmo possa condizionare la nostra vita in molte cose. Logiche automatizzate, più o meno intelligenti ma molto poco umane, governano moltissimo della nostra quotidianità: le nostre preferenze sui social network, i nostri acquisti online, le playlist di video o di musica che ci vengono consigliate. E se l’algoritmo fosse anche il nostro datore di lavoro?

Questa idea può apparire spaventosa, e quindi, istintivamente, lontana. Ma, se ci pensiamo, lo è un po’ meno se si osservano attentamente alcuni cambiamenti che avvengono attorno a noi.

Lavoro e trasformazioni tecnologiche

L’effetto delle trasformazioni tecnologiche sul lavoro non è un tema da “futurologi”.

Non si parla (solo) del lavoro di domani, ma del lavoro di oggi. La tecnologia infatti già ora sta modificando il modo di lavorare, incidendo anche sulle condizioni e sui diritti dei lavoratori. Tutto questo sta accadendo in settori che sono più vicini alla nostra vita di quanto immaginiamo.

Questi temi sono al centro di un libro uscito nell’autunno 2020 dal titolo “Il tuo capo è un algoritmo”, edito da Laterza. Gli autori sono due ricercatori italiani, Antonio Aloisi e Valerio De Stefano, che si occupano del rapporto fra nuove tecnologie e diritto del lavoro.

Quando il datore di lavoro è una piattaforma digitale: la gig economy

Quando si parla di tecnologia e trasformazioni del modo di lavorare, viene spesso citata la cosiddetta gig economy. Con questo termine si intendono quei modelli di business che utilizzano lavoratori “a chiamata”, organizzandoli tramite app o altri strumenti digitali.

I più famosi operatori della gig economy sono le piattaforme che offrono servizi agli utenti come Uber o quelle che si occupano di consegne di cibo a domicilio (Deliveroo, Foodora, Glovo ecc.).

La particolare natura di questi modelli di organizzazione del lavoro ha messo in crisi le categorie tradizionali del diritto del lavoro.

Le piattaforme infatti considerano i loro operatori come dei lavoratori autonomi. Ma esercitano delle forme di organizzazione ed anche di controllo del di lavoro paragonabili a quelle di un vero e proprio datore nei confronti di un suo dipendente. È un tema che abbiamo approfondito, proprio con riguardo ai riders, in questo articolo.

L’algoritmo e i controlli sul lavoratore

L’organizzazione del lavoro nella gig economy è indicativa dell’impatto che la tecnologia digitale può avere proprio sulle condizioni dei lavoratori.

In particolare, nel loro libro Aloisi e De Stefano parlano di workforce analytics e la descrivono come:

“l’uso dati e metriche sul personale, in più fasi, per controllare, misurare e anatomizzare le prestazioni, pianificare le ricompense e gli stimoli, congegnare meccanismi di promozione e investimento in competenze, approntare dispositivi istantanei di feedback e contestazione”

Si tratta quindi dell’utilizzo da parte dell’impresa di strumenti digitali (es. software, dispositivi indossabili) che servono a controllare la prestazione lavorativa.

È un tema trattato dalla legge, in particolare sulle forme di controllo a distanza. Ne abbiamo parlato a proposito della videosorveglianza sul luogo di lavoro.

Management tramite algoritmi

La tecnologia non offre però solo strumenti per controllare: può diventare anche il controllore del lavoratore. Si parla di management tramite algoritmi, ossia – secondo la definizione dei due ricercatori italiani – di “prassi organizzative che sono realizzate da agenti non umani”.

Infatti, l’introduzione dell’intelligenza artificiale nella gestione dell’impresa comporta anche conseguenze dirette (e non sempre desiderabili) per i lavoratori. Questa è forse la differenza che colpisce di più, rispetto alle intelligenze artificiali che ci propongono acquisti o video da guardare. La gestione del lavoro tramite algoritmi non si traduce in suggerimenti, ma in ordini e direttive da seguire.

Peraltro, le direttive non sono sempre razionali come potremmo immaginare.

Un episodio di qualche anno fa: ai dipendenti di un hotel di Philadelphia, Stati Uniti, era stata data una app efficiente con lo scopo di migliorare il servizio di pulizie. Tuttavia, i compiti assegnati dalla app, invece che semplificare, mettevano in difficoltà il lavoro degli inservienti e peggioravano il servizio finale.

L’algoritmo controlla, ma chi controlla l’algoritmo?

Un altro tema che sollevano gli autori è quello della verificabilità degli algoritmi.

Infatti, essi non sono sempre di proprietà delle imprese che li utilizzano. Non solo: alle richieste di verifica, gli sviluppatori oppongono il segreto industriale e le norme sulla proprietà intellettuale. Così, si rende ancora più difficile il controllo sulla legittimità delle scelte “compiute in maniera automatizzata”.

Per capire quanto è rilevante questa questione per il mondo del lavoro, basti pensare che già in fase di selezione gli algoritmi giocano un ruolo importantissimo nell’analisi dei CV. Ne abbiamo parlato in questo articolo, che descrive cosa fa e come funziona l’algoritmo recruiter.

Su questo fronte è stato innovativo il contributo del GDPR. L’art. 22 del Regolamento UE sui dati personali impedisce che vengano prese decisioni che producono effetti giuridici basandosi unicamente sul trattamento automatizzato dei dati. Secondo i due autori si tratta di una norma significativa, che però contiene importanti eccezioni e che andrà valutata solo nei prossimi anni, alla luce delle interpretazioni che giungeranno nei casi concreti.

L’algoritmo non fa sempre la scelta giusta

Se è vero che il datore di lavoro umano sbaglia, anche la decisione automatizzata non è sempre intelligente, anzi. Infatti, all’algoritmo sfuggono alcune sfumature della realtà che possono essere fondamentali nel prendere una decisione.

È successo ad esempio che un’autista di Uber, ricevendo insulti razzisti da un passeggero, terminava prima la sua corsa. Il passeggero, poi, le aveva lasciato una recensione negativa: per l’effetto, la piattaforma aveva ridotto il compenso dovuto all’autista per quella corsa.

Come ha riportato Alex Rosenblat, ricercatrice e autrice del libro Uberland: How Algorithms Are Rewriting the Rules of Work (disponibile anche su Amazon), l’autista ha dovuto spiegare la sua situazione al “Community support” di Uber (una sorta di call center per gli autisti). Le risposte ricevute però erano solo messaggi standardizzati, in cui la società si scusava per l’accaduto. Dopo insistenze, il risultato ottenuto è stato che alla fine quel passeggero non sarebbe più stato accoppiato con quell’autista.

Certamente non un esempio di “giusta” decisione automatizzata. 

Quando l’algoritmo non riconosce i diritti dei lavoratori

Le decisioni dell’algoritmo, prese in nome dell’efficienza ma spesso sbagliate, possono arrivare anche a mettere in discussione i diritti dei lavoratori.

Pochi giorni fa il Tribunale di Bologna ha contestato il sistema di valutazione utilizzato da Deliveroo, nota azienda del settore delivery che si serve del lavoro dei riders per le consegne di cibo a domicilio.

Nel dettaglio, l’algoritmo di Deliveroo è stato considerato fonte di discriminazioni perché premiava o penalizzava i riders sulla base della disponibilità ad effettuare le consegne. In questo modo però venivano penalizzati anche i lavoratori assenti per malattia o per sciopero. Per questo i sindacati hanno fatto ricorso al Tribunale, che ha accolto la loro ricostruzione contestando il meccanismo di funzionamento dell’algoritmo.

Nuove regole per il mondo del lavoro digitale

La decisione del Tribunale di Bologna è considerata un importante passo in avanti per introdurre dei presidi di tutela anche nei nuovi lavori creati dall’economia digitale. Non è la prima volta che i tribunali (italiani ed europei) intervengono per colmare i vuoti normativi in questi settori, dove la mancanza di regolamentazione permette di aggirare le norme a tutela dei lavoratori.

La critica che svolgono Aloisi e De Stefano nel loro saggio vuole smontare il pregiudizio secondo cui le regole sarebbero un freno all’innovazione. Al contrario, la loro tesi è che dove sono migliori le condizioni di lavoro, il benessere collettivo è diffuso e anche l’impresa prospera.

Le nuove tecnologie digitali richiedono quindi uno sforzo intellettuale da parte di chi costruisce il diritto del lavoro.

È necessario ampliare gli orizzonti, per capire attraverso quali meccanismi si muove oggi il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro.

Poi, serve adattare alla nuova realtà le categorie e le tutele esistenti, senza però rinunciare a garantire i diritti e a migliorare le condizioni di chi lavora.

Circa l'autore

Tiziano Milan

Laureato in giurisprudenza, ho completato la pratica forense nel 2020. Mi occupo di diritto tributario, operazioni straordinarie e crisi d’impresa. Frequento l’executive master CFO presso l’Università di Udine e sono tirocinante revisore legale.

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