Da ormai un anno la maggioranza delle organizzazioni pubbliche e private si è trovata ad applicare lo smart working per ridurre i rischi di contagio. Normalmente il lavoro a distanza viene associato con attività a carattere prettamente intellettuale o creativo. Ma lo smart working, con i dovuti adattamenti, è possibile anche all’interno di una realtà come la fabbrica, dove il lavoro è strettamente legato al luogo fisico.

Proviamo quindi a capire come si può favorire il lavoro da remoto anche nel settore industriale.

La regolamentazione dello smart working

Lo smart working è regolato in Italia dalla Legge 81/2017, che lo ha introdotto come misura di flessibilità del lavoro dipendente.

Per incentivarlo durante la crisi pandemica, da marzo 2020 sono stati ridotti gli adempimenti necessari per attivare il lavoro da remoto. Oggi quindi è uno strumento facilmente utilizzabile dalle imprese, pur con alcune cautele, come abbiamo avuto modo di spiegare in questo articolo, e in particolare il diritto alla disconnessione.

Le possibilità dello smart working nel settore industriale

Nel settore industriale il lavoro agile già prima della pandemia era regolato da accordi a livello aziendale o territoriale.

Recentemente poi è stato al centro delle trattative per il nuovo contratto collettivo nazionale dei lavoratori metalmeccanici. Infatti con il rinnovo del CCNL si è deciso di delegare a una commissione paritetica la scrittura di nuove regole per lo smart working in fabbrica, per garantire in particolare:

  • la parità di trattamento tra lavoratori in presenza e da remoto;
  • il cosiddetto “diritto alla disconnessione” del lavoratore (al quale abbiamo dedicato un approfondimento dettagliato).

Insomma, oggi lo smart working nelle imprese industriali è una possibilità concreta per migliorare l’ambiente lavorativo e l’efficienza aziendale.

Lo smart working in fabbrica è possibile anche per le PMI?

Come detto, esistevano già alcune realtà che applicavano il lavoro da remoto anche prima della crisi pandemica. In particolare erano solitamente i grandi gruppi industriali a stipulare con le rappresentanze sindacali gli accordi sul lavoro agile.

Non mancano tuttavia alcuni casi virtuosi anche fra le piccole e medie imprese. In Veneto ad esempio a fine 2019 è stato stipulato un accordo territoriale tra sindacati e associazioni di PMI per regolamentare lo smart working. Un segnale che, anche prima della pandemia, l’importanza del lavoro a distanza era diffusa anche fra le aziende di dimensione più ridotta.

Rimangono comunque alcuni ostacoli che rendono mediamente più difficile il ricorso allo smart working per le PMI. Queste infatti, come abbiamo rilevato, sono spesso in ritardo nell’adozione di strumenti digitali come il cloud, indispensabili per una gestione efficiente del lavoro da remoto.

Quali lavori si possono svolgere in smart working?

Secondo un report di McKinsey la percentuale di smart working potenzialmente attuabile nel settore manifatturiero, senza perdite di produttività, è del 19%. Il dato è riferito agli Stati Uniti, ma si può ragionevolmente pensare che la situazione italiana non sia troppo distante.

Questo numero ci fa capire che applicare lo smart working in fabbrica non è semplice. Però dice anche che ci sono i margini per farlo.

Per cominciare, in molte realtà industriali ci sono figure che non sono legate direttamente alla produzione. Pensiamo a chi lavora nel commerciale, nel marketing o in amministrazione: con gli strumenti adeguati, sono attività che non richiedono una costante presenza fisica in azienda.

Ma forse ci si può spingere oltre. Grazie agli strumenti dell’Industria 4.0, anche alcune attività legate alla produzione si possono svolgere (almeno in parte) da remoto.

Si può gestire la produzione con lo smart working?

Il 2020 ha visto alcune importanti sperimentazioni in questo campo. Alcune realtà innovative hanno provato ad applicare il lavoro a distanza anche in situazioni prima non considerate, con risultati importanti.

Il gruppo giapponese Hitachi già da qualche anno investiva nella realizzazione di Smart Factories, per controllare la produzione degli stabilimenti fuori dal Giappone.

Il sistema sviluppato dal gruppo Hitachi ha contribuito a creare una fabbrica intelligente basandosi su tre tipi di tecnologie:

  • numerosi impianti di videosorveglianza nel sito produttivo (accorgimenti che, come abbiamo spiegato in questo articolo, hanno regole ben precise e richiedono cautele);
  • tecnologia RFID e sensori di controllo applicati sui macchinari;
  • condivisione in tempo reale delle informazioni tramite sistemi cloud.

Nonostante alcune iniziali difficoltà, la Smart Factory di Hitachi si è rivelata un’innovazione efficiente per gestire il processo produttivo a distanza durante la crisi pandemica.

In molti ritengono che questo tipo di produzione, basata sulle tecnologie di Industria 4.0, sarà sempre più sviluppata in futuro dalle aziende. Questo probabilmente contribuirà ad ampliare le opportunità dello smart working nel settore manifatturiero.

Come applicare lo smart working in fabbrica

Non esiste una formula valida per ogni contesto. Ciascuna impresa dovrà decidere come e in che misura adottare lo strumento del lavoro agile, in base alle caratteristiche dell’attività aziendale e alle tecnologie a disposizione.

In generale però si possono seguire questi passaggi:

  1. Individuare per quali mansioni e quindi per quali lavoratori è possibile applicare il lavoro da remoto.
  2. Dotarsi di infrastrutture digitali che garantiscano l’efficienza del lavoro a distanza, come le VPN o, preferibilmente, i sistemi di lavoro in cloud.
  3. Dotare chi lavora da remoto della strumentazione necessaria (telefono cellulare, PC ecc.).
  4. Predisporre una policy aziendale sull’uso della strumentazione, e verificare il rispetto delle norme sui controlli a distanza e del GDPR.
  5. Inviare la comunicazione telematica al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con i nominativi dei lavoratori e la data di cessazione dello smart working.

Al termine dell’emergenza sanitaria torneranno però a valere le regole previste nel 2017. Quindi, per attivare il lavoro agile bisognerà concludere singoli accordi individuali con il lavoratore. Questo ovviamente se non verranno introdotte nuove norme per lo smart working, per incentivarlo e allo stesso tempo regolamentare gli aspetti problematici che sono emersi in questi mesi.

La possibilità di lavorare a distanza è infatti una delle conseguenze più importanti della pandemia da Covid-19. Ma, come ogni innovazione, porta con sé sia grandi vantaggi sia questioni delicate da governare con regole nuove.

Chissà che proprio la fabbrica, partendo proprio dal nuovo contratto nazionale, non diventi un modello per tutto il mondo del lavoro.