Blockchain e criptovalute negli ultimi anni hanno scatenato un acceso dibattito sulla necessità o meno di una loro regolamentazione. Le sfide già vinte e i numerosi vantaggi apportati dal funzionamento della blockchain (per esempio anche grazie alla tokenizzazione degli asset, o agli NFT musicali) hanno permesso una rapida diffusione di questa famiglia di nuove tecnologie, contribuendo ad alimentare sempre più il successo, la diffusione e il valore delle criptovalute. Da qui l’esigenza di dare una risposta chiara e certa da parte delle Autorità pubbliche.

Ad oggi infatti la maggior parte dei Paesi del mondo interessati da questo fenomeno in rapida espansione non sono intervenuti con una regolamentazione uniforme e concordata: le sensibilità fra gli Stati economicamente più sviluppati sono molto diverse. Alcuni di loro hanno anticipato i tempi, altri invece restano in attesa delle decisioni di istituzioni sovranazionali, come l’Unione Europea. Altri ancora considerano le criptovalute non meritevoli di regolamentazione normativa, rifacendosi in toto ai principi economici neoliberisti.

Ecco la situazione attuale.

Paesi europei già dotati di nuova regolamentazione delle criptovalute

Alcuni Paesi europei hanno già compiuto passi in avanti molto importanti nella regolamentazione delle criptovalute. Vediamo quali.

Stati membri UE

Malta

Malta ha concentrato la propria attenzione finanziaria e normativa sulla galassia delle criptovalute già dal 2018, ponendosi in questo modo come Stato membro UE pioniere nel campo della regolamentazione delle valute digitali. In particolare il Parlamento maltese ha approvato tre progetti di legge:

  1. il “Virtual Financial Assets Act” (VFA), che regola le offerte iniziali sul mercato finanziario e monetario delle criptovalute (ICO). Uno dei requisiti più importanti è che ogni emittente di criptovalute deve rendere pubblica la propria cronologia finanziaria;
  2. il “Malta Digital Innovation Authority Act” (MDIA), che prevede la creazione di un’autorità regolatoria maltese specifica per il settore criptovalute, per regolare lo sviluppo e l’attuazione di alcuni principi guida stabiliti dalla legge stessa. L’organismo è chiamato “Malta Digital Innovation Authority”;
  3. la legge sui servizi e le innovazioni tecnologiche (ITASA), che definisce le imprese che fondano la propria attività economica e finanziaria sulla tecnologia blockchain, e stabilisce i criteri affinché possano essere riconosciute dalla legge. È la normativa che sta alla base del funzionamento delle due regolamentazioni precedenti.

Germania

La Germania è uno dei Paesi membri UE più avanzato nell’ambito della regolamentazione delle criptovalute. Nel gennaio del 2020, la detenzione da parte di soggetti società di asset di criptovalute è stata inclusa nel Banking Act tedesco come servizio finanziario regolamentato. Di conseguenza, esso sarà autorizzato solo previa richiesta all’Autorità Federale Tedesca di Vigilanza Finanziaria di un’apposita licenza (“crypto license”). Per questo molti istituti finanziari tedeschi stanno per lanciare varie offerte di asset digitali, e più di 40 istituti hanno già manifestato interesse nel richiedere l’autorizzazione all’Autorità di Vigilanza alla detenzione di criptovalute.

Nell’agosto 2020 il Ministero delle Finanze tedesco ha pubblicato un progetto di legge sui titoli elettronici. Questa proposta consentirebbe l’emissione di obbligazioni digitali di criptovalute al portatore senza un certificato cartaceo: la legge dovrebbe essere approvata già nel corso del 2021, rappresentando uno sviluppo significativo verso un quadro normativo esaustivo per gli asset digitali nel Paese.

Stati non membri UE

Svizzera

La Svizzera si è affermata come uno Stato a favore delle criptovalute, offrendo una regolamentazione chiara sugli asset digitali fin dalla nascita di queste nuove monete.

Nel settembre 2020 i parlamentari elvetici hanno approvato una vasta serie di riforme finanziarie e di diritto societario in merito a criptovalute e tecnologia DLT (Distributed Ledger Technology, come la tecnologia blockchain). Queste leggi, che entreranno probabilmente in vigore nel corso del 2021, aprono ulteriormente le porte all’adozione di asset digitali da parte di grandi soggetti finanziari.

Tali riforme infatti aggiornano la legislazione svizzera esistente sulla negoziazione di titoli digitali, in particolare:

  1. separano in caso di fallimento gli asset di criptovalute dal resto del capitale sociale;
  2. creano una nuova categoria di autorizzazione per le “strutture di negoziazione DLT” (gli exchange di asset di criptovalute).

Liechtenstein

Anche altri Stati europei hanno presentato un solido quadro giuridico per la regolamentazione dei beni digitali, come il Liechtenstein: il piccolo Principato è stato il primo Paese in Europa a introdurre un quadro giuridico completamente nuovo ed esaustivo per la regolamentazione di blockchain, DLT e token.

Il “Tokens and Trusted Technology Service Providers Act”, entrato in vigore il 1° gennaio 2020, segue un approccio innovativo per la regolamentazione delle applicazioni della blockchain. Invece di modificare il quadro giuridico esistente (come fatto in Germania e Svizzera), consente di tokenizzare qualsiasi asset (ossia convertire i diritti su di un bene da materiali a digitali, come le criptovalute), secondo il cosiddetto “Token Container Model”.

I tre contendenti mondiali: USA, Cina e Paesi arabi

Apriamo ora un focus sulle due principali potenze economico-finanziarie mondiali, ossia gli Stati Uniti d’America e la Cina, e i grandi Paesi petroliferi della penisola arabica.

Stati Uniti

In contrasto con la linea dell’intervento normativo europeo, gli Stati Uniti rimangono in enorme ritardo nella regolamentazione delle criptovalute. Questa arretratezza sta già avendo un impatto notevole sull’adozione di asset digitali da parte delle grandi banche di investimento americane. C’è il rischio concreto che gli USA restino ai margini rispetto alle multinazionali europee ed asiatiche, che puntano ad anticipare le mosse per diventare leader mondiali del settore.

Un importante passo avanti è stato compiuto il 22 luglio 2020, quando l’Office of the Controller of the Currency ha pubblicato una lettera (qui il testo completo) che autorizza qualsiasi istituto finanziario regolamentato a fornire servizi di scambio di asset di criptovalute, una volta che siano stati predisposti adeguati protocolli di controllo e gestione del rischio.

Tuttavia, gli organismi di regolamentazione  preposti non si sono ancora pronunciati sui protocolli applicativi, pur essendo consapevoli del ritardo rispetto ai Paesi europei ed asiatici. La soluzione al problema pare dover arrivare nel giro di pochi mesi. Vedremo se saranno più rapidi gli interventi della nuova amministrazione Biden, attraverso il Dipartimento al Tesoro di Jenet Yellen, o i singoli governatori dei cinquanta Stati americani, pressati dall’esigenza di regolamentare le criptovalute in un’ottica di tutela degli investitori non professionisti.

Nel frattempo il mercato finanziario americano è già in grande fermento: in una nota interna inviata ai dipendenti a fine marzo 2021, Goldman Sachs ha annunciato che aiuterà i propri clienti ad investire in criptovalute. La Banca provvederà a creare un vero e proprio Digital Asset Group nella divisione Private Wealth Management. A dirigere la nuova unità sarà Mary Rich, che assumerà la carica di responsabile globale: “Stiamo lavorando a stretto contatto con i team di tutta l’azienda per esplorare modi per offrire un accesso ponderato e appropriato all’ecosistema per i clienti privati, e questo è qualcosa che ci aspettiamo di offrire a breve termine”, ha dichiarato la manager.

Goldman Sachs non è l’unica banca d’affari americana a scommettere sulla galassia criptovalute: Morgan Stanley, con alcune limitazioni, ha già iniziato da metà marzo 2021 a permettere ai propri clienti più facoltosi gli investimenti in crypto asset.

Cina

Il dragone cinese, astro rampante della finanza mondiale, si è dato molto da fare per non osservare immobile l’evoluzione del mercato delle criptovalute, a differenza dei competitors americani. Per questo motivo dalla Cina ci sono molte novità in arrivo, che hanno per obiettivo la nascita e regolamentazione di una “criptovaluta di Stato” cinese, lo yuan digitale (DCEP), controllata dallo stesso Governo di Pechino.

Contemporaneamente, le autorità di Pechino sembrano intenzionate ad ostacolare la circolazione dei crypto asset controllate da soggetti stranieri. In questo senso, con una decisione pubblicata il 19 maggio 2021 e che ha avuto ampio risalto sulla stampa italiana ed internazionale, La National Internet Finance Association of China, la China Banking Association e la Payment and Clearing Association of China, le tre autorità cinesi che esercitano funzioni di vigilanza sulle banche e sui servizi di pagamento, hanno proibito di fornire servizi correlati alle transazioni in cryptovalute. Le tre agenzie statali hanno inoltre ammonito i privati cittadini, dissuadendoli dall’effettuare operazioni speculative basate su questi beni digitali.

Paesi arabi: Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti

E’ recente la notizia attraverso cui l’Autorità monetaria Saudita (SAMA) e la Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti (CBUAE) hanno annunciato congiuntamente di aver portato a termine un importante studio per creare una nuova criptovaluta transnazionale. Il progetto si chiama “Aber”: lo scopo è quello di realizzare un sistema di pagamento transfrontaliero fra Paesi arabi, con pochi costi di commissione e transazioni ad elevata velocità, adottando la tecnologia blockchain.

La regolamentazione di Aber sarà una sfida da parte dei colossi petroliferi ai Paesi leader della finanza mondiale, USA e Cina in primis, sfida che potrebbe avere esiti sorprendenti.

L’intervento dell’Unione Europea nella regolamentazione delle criptovalute

L’Unione Europea è stata più volte richiamata dalle autorità finanziarie dei Paesi membri ad intervenire sulla regolamentazione delle criptovalute. Gli obiettivi principali sono quelli di armonizzare e uniformare le normative degli Stati membri, sollecitando allo stesso tempo i Paesi meno aggiornati ad intervenire con nuove leggi e riforme.

La posizione della BCE su criptovalute e Bitcoin

Mario Draghi, ex Presidente della Banca Centrale Europea, ha già espresso un sostanziale parere negativo sullo stato attuale della regolamentazione delle criptovalute, sollecitando l’Unione Europea ad intervenire al più presto.

Le sfide e le criticità al vaglio della BCE, in particolare la grande volatilità delle criptovalute, rendono poco propensa la Banca Centrale ad annoverare le valute digitali come monete legalmente riconosciute. Da ciò l’affermazione molto decisa di Draghi: “Un euro oggi, è un euro domani. Il suo valore è stabile. Il valore del Bitcoin oscilla enormemente”.

Il rapporto Digital Euro

La BCE di Christine Lagarde, nonostante l’iniziale riluttanza, per recuperare terreno sulla regolamentazione delle criptovalute ha recentemente pubblicato il rapporto Digital Euro (con marchio già registrato presso l’EUIPO nel settembre 2020), in cui vengono delineati tutti i passaggi per la creazione di una nuova moneta digitale europea, l’Euro Digitale. La BCE si rivolge innanzitutto alla Commissione Europea e agli Stati membri affinché non facciano passi in avanti solitari sul tema criptovalute, senza preventivi confronti.

L’intervento della Commissione Europea: la proposta di regolamento UE sulle criptoattività

In seguito ai ripetuti richiami della BCE ad intervenire sulle criptovalute, la Commissione Europea ha finalmente elaborato una proposta di regolamento (settembre 2020) per tutte le criptoattività esistenti, separandole fra:

  1. security tokens, con caratteristiche di prodotti finanziari, che vengono lasciate sottoposte alla legislazione già esistente negli Stati membri in materia di regolamentazione finanziaria e del mercato mobiliare, con dovute modifiche in adeguamento delle leggi attuali (in Italia quindi il Testo Unico Finanziario);
  2. utility tokens, asset-referenced tokens (asset che oscillano in base alla quotazione in tempo reale delle criptovalute), e eMoney tokens, con caratteristiche di vere e proprie valute e strumenti di pagamento digitali, che richiedono in toto una nuova regolamentazione.

L’obiettivo della Commissione Europea è quello di tutelare gli investitori in criptovalute (in particolare gli asset-refereced tokens, in rapida espansione). A tal fine la proposta di regolamento introduce maggiori controlli e supervisioni, a garanzia:

  • dei consumatori;
  • dell’integrità del mercato e della stabilità finanziaria;
  • della politica e della sovranità monetaria.

Questi obiettivi puntano di fatto a ristabilire il ruolo primario delle Banche Centrali quali istituti preposti all’emissione e alla vigilanza del sistema monetario, compreso quello digitale. Novità importanti sono attese per il 2021.

L’inquadramento delle criptovalute in Italia: il Bitcoin è considerato un prodotto finanziario

Data la mancanza di una normativa uniforme europea e una regolamentazione nazionale italiana, i tribunali ordinari italiani sono chiamati ad esprimersi sempre più spesso, caso per caso, sulla questione criptovalute.

Nel settembre 2020 la Corte di Cassazione (sentenza 26807/2020) ha stabilito che una delle criptovalute più famose e diffuse, i Bitcoin (BTC), non sono uno strumento di pagamento (come carte di credito, debito, prepagate…etc.) e nemmeno una moneta vera e propria. Essi invece hanno esclusivamente natura di prodotto finanziario, e in quanto tale sono assoggettati alla regolamentazione del Testo Unico Finanziario (TUF). Ne deriva che se un soggetto non autorizzato distribuisce o scambia Bitcoin con qualsiasi mezzo digitale, commette il reato di intermediazione finanziaria abusiva (art. 132 TUB – Testo Unico Bancario).

Il Bitcoin è quindi equiparabile ai comuni prodotti finanziari, come azioni o quote di fondi comuni di investimento, con un rischio intrinseco e una funzione del tutto diversa da quella di una valuta.

Si tratta di una presa di posizione netta, che contrasta anche con gli orientamenti giurisprudenziali diffusi a livello comunitario. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza 264/2015, aveva infatti definito Bitcoin uno strumento di pagamento, e per tale esente dal versamento dell’IVA.

Quale futuro aspettarsi per la regolamentazione delle criptovalute?

Nel prossimo futuro sarà inevitabile assistere ad una progressiva regolamentazione delle criptovalute su scala internazionale, e ad un’escalation concorrenziale sempre più accesa fra le varie valute digitali.

E’ peraltro interesse di tutti i Paesi economicamente avanzati frenare la continua ascesa degli investimenti privati su Bitcoin, in favore di criptovalute nazionali in via di creazione e sviluppo. Perché il mercato delle criptovalute cresca in maniera sana sarà necessaria una continua uniformazione normativa, soprattutto a livello UE, della regolamentazione dei diversi Stati che assistono alla crescita di questo fenomeno monetario digitale.

Il prossimo biennio sarà determinante per capire quale sarà il punto di arrivo di questa rivoluzione finanziaria in atto: saremo travolti da un “cripto-tsunami” di valute digitali, o tutto ciò sarà solo una bolla esplosiva di speculazione sul breve periodo?

Comunque vada, abbiamo già un vincitore: la tecnologia blockchain (abbiamo raccontato la sua storia e funzionamento in questo articolo), il nuovo regolatore futuro di scambi, controllo e tracciamento elettronico, sia finanziario che logistico-commerciale. A questo tema abbiamo dedicato un intero editoriale, in cui abbiamo intervistato l’avv. Lucia della Ventura, esperta di diritto del digitale e blockchain, con cui abbiamo discusso le applicazioni pratiche, modalità, costi, sicurezza, e molto altro ancora.

Possiamo già considerare blockchain come un nuovo alfabeto internazionale, da cui nessuno potrà probabilmente  prescindere: la globalizzazione economica parla blockchain.